martedì, 07 luglio 2009, ore 13:26
La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera. L'amore — « caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,22). Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, « si compiace della verità » (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l'interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell'amore e della verità e ci svela in pienezza l'iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6).
maturin
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categoria : il papa

giovedì, 02 luglio 2009, ore 10:53
Mi ha dato molta tristezza la morte di Michael Jackson. Perché mi piaceva la sua musica, per la sua bravura come ballerino, ma soprattutto la tristezza è per ciò che era diventato. Tristezza per la sua umanità incompiuta e perduta, schiacciata da qualcosa di più forte di lui. Tristezza per coloro che guadagnano il mondo e perdono se stessi. Tristezza per il modo con il quale ha trattato il suo corpo e per tutte le sue eccentricità. Istintivamente siamo stati portati a dare un giudizio: pur essendo amato da molti, questo giudizio è stato quasi sempre di condanna.
Ma c'è anche il momento, ed è questo, in cui il giudizio umano si sottomette alla tenerezza e alla misericordia. Perché altrimenti non saremmo uomini. Non saremmo degni di quel Dio che della Sua misericordia ha riempito la Terra. E non potremmo dirci Suoi figli.
Per cui, vi propongo uno sguardo diverso su quest'uomo. Uno sguardo di tenerezza. Quello sguardo e quella tenerezza che probabilmente non ha avuto un padre violento e brutale che prendeva in giro il suo bambino per quel "grosso nasone"...




Avete visto la mia infanzia?
Sto cercando il mondo da cui provengo.
Perciò ho guardato
tra gli oggetti smarriti del mio cuore.
Nessuno mi capisce
Mi vedono come una strana eccentricità
Perché io continuo a giocare
come un bambino, ma perdonatemi…
La gente dice che non sono a posto
Perché amo cose così elementari
é il mio destino quello di compensare
per l’infanzia
che non ho conosciuto.

Avete visto la mia infanzia?
Sto cercando quello stupore nella mia giovinezza,
come pirati in sogni avventurosi
di conquiste e di Re sui troni.
Prima di giudicarmi, provate molto ad amarmi;
guardate dentro il vostro cuore e poi chiedetevi:
Avete visto la mia infanzia?
maturin
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categoria : musica, osservazioni di uno qualunque

mercoledì, 01 luglio 2009, ore 10:00
Da qualche giorno al paesello è festa, che significa vino, zanzare, salamella, orchestrine e banco di beneficenza.

Il banco è il fulcro della festa, almeno per i miei bambini: per loro quel che conta non è cosa si vince ma provare, tirare la sorte. Inutile dire che con questo sistema portiamo a casa pacchi di carta igienica e bottiglie di aceto, ma pazienza, a loro va bene così.


Per quanto riguarda me, invece, il fulcro era ieri sera, serata qualunque ma eccentricamente interessante perché abbiamo suonato io e il mio gruppo. Per noi suonare non significa mai fare una serata come altre, significa concerto, passione, energia, vitalità.


Anche ieri sera, nonostante il baricentro fosse il concerto, il banco ha tenuto (ehm…) banco, e i bambini hanno recuperato fagioli in scatola, un pallone, la solita carta igienica e dei pelati.


E poi il concerto, praticamente un optional.


Comunque la pensiate, è commovente vedere i bambini – anche i più discoli – che, mentre il papà canta o suona su un palco, si abbandonano tra le braccia della mamma e canticchiano le canzoni che ti hanno sentito cantare tante volte sotto la doccia.


Si, è andata bene.


Buona giornata a tutti.
Resamo
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categoria : musica, bambini, osservazioni di uno qualunque, cose che mi piacciono

venerdì, 26 giugno 2009, ore 10:53
Oggi la Chiesa ricorda San Josémaria Escrivà.
A questo proposito, mi piace raccontare che il mio paese, proprio in questi giorni,  ha voluto intitolare a questo grande santo un luogo importante della nostra isola: il piazzale antistante il faro. Ora, si dà il caso che il nostro sia il faro più a ovest d'Italia e che dall'altra parte del mare ci sia la Spagna, la terra che ha dato i natali al fondatore dell'Opus Dei, per cui, anche se lontano dal paese, non poteva esserci luogo migliore per ricordare San Josémaria e per affidarci, nella preghiera, alla sua intercessione.
Il faro, che con la sua luce indica la giusta rotta ai naviganti, è il giusto simbolo di questo "faro della fede", che con i suoi insegnamenti e con il suo esempio ci insegna come vivere santamente il quotidiano e come santificare l'ordinario.


 
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maturin
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categoria : santi

giovedì, 25 giugno 2009, ore 11:35
(chiedo scusa per la seconda intromissione di fantascienza in una settimana, vorrà dire astinenza totale per la prossima)

Tra qualche mese daranno la nuova serie di Doctor Who, almeno spero, in italiano. Nel frattempo ho avuto il privilegio di vedere tutta la nuova stagione in lingua originale, e siccome chi scrive è ostinatamente ignaro di qualsivoglia vocabolo d’oltremanica, bè, mi son sciroppato tutti i sottotitoli. Ma non è di questo che volevo parlare.


C’è una puntata della nuova serie nella quale Donna Noble, la co-protagonista, vive l’esperienza di un mondo parallelo nel quale lei non ha mai conosciuto il Dottore, quindi non l’ha salvato, quindi il Dottore è Morto e quindi tutti i disastri che ha contribuito a scongiurare si verificheranno puntualmente.


Londra rasa al suolo, per cominciare, e l’Inghilterra in ginocchio. Gli Stati Uniti decimati, mezzo mondo distrutto, le stelle divorate dal nulla.


In questo scenario la famiglia di Donna vive confinata, prima in una casa comune dove in un alloggio stanno quattro famiglie, poi l’esperienza della deportazione in un “campo di lavoro”, una scena terribile nella quale il nonno si trova a sussurrare “li chiamavano così anche l’ultima volta.


Per gli intenditori, l’attore che impersona Wilfred, nonno di Donna Noble (la donna più importante dell’universo), compare già in un vecchio film del Dottore, “Dalek, il futuro tra un milione di anni” (il titolo non c’entra una cippa con la trama, ma vabbè…). Chiusa parentesi.


È la mamma di Donna a fare le domande più pesanti. Distrutte tutte le speranze di tornare ad una vita normale, se ne sta lì a fissare il vuoto, e chiede: “Che sarà di noi? Noi non siamo nessuno.

Coraggio, mamma, vedrai che il governo farà qualcosa.


E se non lo facessero?


Mamma i soldati s’inventeranno qualcosa…


E se non lo facessero?


Già, e se non lo facessero?


È nella cronaca di questi giorni, la storia di folle di protestanti massacrati con la forza bruta da un regime che non ha a cuore il benessere dei cittadini quanto la preservazione del potere. Qualcuno, vien da dire, farà qualcosa.


Ma se non lo facessero? Dopotutto si tratta di persone di nessuna importanza politica, nessuna rilevanza.


Eppure i governi diranno qualcosa, fermeranno la mattanza.


E se non lo facessero?


Se non lo facessero, come non lo fecero per gli schiavi, per gli armeni, gli ebrei, i cristiani…


Qualcuno, si dirà interverrà, a dire una parola, a deprecare la violenza, l’odio. E qualcuno lo ascolterà una buona volta.


Ma se non lo facessero?


Buona giornata a tutti.
Resamo
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categoria : storie, osservazioni di uno qualunque

martedì, 23 giugno 2009, ore 10:25
Questa storia è stata scritta negli anni che furono, e parla del primo viaggio sulla Luna quando questo era ancora fantascienza.

I protagonisti sono apparentemente tre astronauti, che però si accorgono, troppo tardi, che i calcoli sono sbagliati. L’astronave precipita rovinosamente sul suolo lunare. Il pilota (futuro papà con moglie incinta a Terra) muore, sopravvivono solo gli altri due.


Cioè, in tre, perché salta fuori che la cagione del naufragio era un clandestino, la moglie incinta del pilota, imbarcatasi per condividere questa avventura col marito.


Ora, per colpa di questa serie di circostanze, è vedova, per di più incinta, e naufraga sulla Luna.


Nel giro di poche ore gli astronauti scoprono con amarezza che la zona del disastro è radioattiva, per cui dovranno tutti allontanarsi a grandi balzi, salvo tornarci pochi minuti ogni “giorno” per mangiare ed “evacuare”. I resti dell’astronave, per quanto disastrati, sono l’unico posto in cui è possibile togliere l’ingombrante tuta spaziale.


I soccorsi, dicono da Terra, arriveranno tra un mese. A conti fatti, i due astronauti e la donna si rendono conto che uno solo su tre ha speranze di sopravvivere.


La donna, a questo punto, mette silenziosamente in pratica un tragico piano che comporta la morte del primo astronauta, precipitato in un dirupo.


Il secondo riesce a fuggire e si rifugia in un anfratto oscuro. Ma la donna, via radio, oscuramente lo avverte: “Io la ucciderò, Maggiore, perché devo riportare a casa il mio bambino”.


L’avventura a questo punto si fa agghiacciante, specie quando lui si nasconde con la riserva di alimenti e di bombole dell’aria e, al risveglio, scopre che lei glieli ha sottratti nel sonno. O quando lui cerca di tenderle una trappola con l’unica arma a bordo e si accorge che anche quella gli viene sottratta durante il sonno.


Non è chiaro perché la donna non uccida il suo inerme nemico, fatto sta che seguiamo i suoi tentativi di sopravvivere fallire ad uno ad uno, fino a quando lo sventurato ed incauto astronauta si nasconde sul relitto e muore a causa delle ustioni radioattive, mentre la donna riuscirà a salvarsi grazie ai soccorsi, e salvare il bambino che porta in sé, unica memoria del marito defunto sulla Luna.


Buona giornata a tutti.
Resamo
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categoria : storie, cose di altri

lunedì, 22 giugno 2009, ore 16:17
A proposito di colori, riflettevo sul fatto che una mia cara amica è una donna attraente. Ha superato da parecchio la soglia degli “anta”, ragion per cui è meglio non indagare sulla sua età, cosa che comunque, per chi scrive, la rende ancor più attraente.

Tuttavia l’età ha le sue conseguenze, e lei giustamente si tinge i capelli.


Probabilmente, se non se li tingesse sarebbe meno attraente, non so…


Forse è in crisi anche il nostro modo di vedere e “valutare” le persone, o forse certi atteggiamenti, certi costumi, si sono così consolidati nel tempo che continuiamo a perpetrarli anche a costo di rasentare il ridicolo.


Un mio conoscente, ad esempio, si tingeva. Si vedeva che era tinto, ma si tingeva perché si fa così. Poi, quando qualcuno dalla bocca larga lo prese in giro per questo, smise di tingersi. Oggi ha i capelli bianchi, secondo me è anche più attraente (beninteso, io non ho i titoli per attribuire l’attraenza ad un uomo, dico solo il mio parere).


Avevo un’altra amica che si tingeva. Poi, con le spese, i quattro figli, il marito un po’ bamba e dispiaceri vari, perse l’uso della vanità e smise. Non trovavo fosse così spiacevole vederla coi capelli grigi, ma ricordo che la mia fidanzata (oggi mia moglie, che si tinge) borbottava sempre “farebbe meglio a tingersi”.


Io non mi tingo, forse perché non ho materia per tingermi. Ma se li avessi avrei i capelli bianchi e a tratti grigi, come la barba, che non tingo.


Rimane un mistero inspiegabile il colore e la foltezza delle sopracciglia (che non ho mai tinto).


Buona serata a tutti.
Resamo
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categoria : ridere e sorridere, osservazioni di uno qualunque

venerdì, 19 giugno 2009, ore 09:24
Giorni fa si discuteva con un collega della crisi economica e di quanto sia diventato difficile far quadrare i conti di famiglia. Si avvicina un "vu cumprà" (ma si chiamano ancora così?) stanco e accaldato, a proporre la sua mercanzia, al che il mio collega fa: "No grazie, non possiamo... C'è la crisi, una crisi nera!".
L'altro lo guarda, fa un sorrisino e andando via mormora: "Uhm... Crisi... bianco!".
maturin
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categoria : storie vere, briciole, ridere e sorridere

giovedì, 18 giugno 2009, ore 15:20
Mi chiedevo, come spesso accade, che sarà di questi bambini, che non avranno le stesse possibilità che i nostri genitori garantirono a noi, non conosceranno le tradizioni che si sono andate inaridendo, oppure non potranno fare le stesse esperienze, tipo che so, arrampicarsi su un albero in pace, giocare in strada a palla tutta sera, fare le “olimpiadi” in strada con gli amici più grandi.

Ne parlavo con il parroco del paese, ed ecco, improvvisa, la rivelazione.


Lo stesso Dio che vegliò su me e su te, dice, è quello che veglia anche su questi bambini. Veglierà su di loro quando saranno nella gioia e quando saranno nella tristezza. E non permetterà che gli sia tolto nulla, non gli sarà risparmiato nulla, di ciò che ha riempito la tua vita. Gioie e tremori, speranze e delusioni, amicizie e scontri, e le stesse esperienze che ti formarono e ti costarono fatica e dolore non saranno risparmiate neanche a loro.


Siamo tutti mamme e papà imperfetti, uno solo è perfetto ed è il Signore, che vede più lontano di noi.


Buona serata a tutti.
Resamo
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categoria : bambini, preghiere

mercoledì, 17 giugno 2009, ore 16:12
Tutte le sere, mentre mi avvio per la stazione, incrocio varia umanità. Umanità fatta di facce sorridenti o incavolate. Donne e uomini con i loro pensieri e limiti, sconosciuti ricorrenti o persone mai viste.

Da molte di queste facce, devo ammetterlo, starei lontano più che volentieri. Magari per la mia indifferenza o freddezza, la mia – come dire – prudenza, una certa fifa instillata dai troppi film violenti che ho visto in TV o al cinema.


Eppure, quante volte, aggrappato alla gamba di un uomo scavato dalla vita e dalle mille difficoltà, vedo un bambino. Oppure stretto al collo di una donna il cui sguardo mi rimanda a dolori lontani e mi indaga fino al centro dell’anima.


O su un passeggino, sospinto dolcemente da due braccia nodose di un uomo che – se dovessi dare retta alle apparenze – potrebbe essere un pirata, un terrorista, un guerrigliero, un dinamitardo, un bandito appena sortito da un vecchio film western.


Persone di cui noi non ci fideremmo nemmeno se fossero gli ultimi al mondo, eppure loro, i bambini, i figli, eppure loro si, si fidano ciecamente.


E mi ritorna in mente una bella frase, sulla bocca di Padme morente, nel 3° film di Star Wars. C’è del buono, in lui.


È proprio così, c’è del buono. Anche quando ti diranno che hai fatto tanto e non troverai perdono, hai distrutto e brigato e commesso e disperso e cancellato, eppure si, c’è del buono in te, perché se un bambino può volerti bene c’è un Dio che te ne vuole ancora di più e che è pronto a perdonarti, come quel bambino.


Buona giornata a tutti.
Resamo
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categoria : viaggi, cinema, bambini, osservazioni di uno qualunque, cose che mi piacciono

martedì, 16 giugno 2009, ore 10:18
Qualche anno fa mi capitò per le mani un romanzo Urania “versione classic” (se non sbaglio) di cui purtroppo qui su due piedi non ricordo né il titolo né l’autore. La storia però si, e come tutte le belle storie che ricordo, la voglio raccontare.

In un futuro non troppo lontano la vegetazione sta morendo. Un’epidemia partita dalla Cina uccide tutte le erbe, gli alberi, le viti, tutto quanto è verde. Gli scienziati stanno studiando un antidoto, qualcosa che possa salvare le piante, ma sembra non ci sia niente da fare.


La popolazione è nel panico, la civiltà si imbarbarisce, i governi saltano come cavallette.


In questo contesto si inserisce la vicenda di un uomo, poniamo un medico, la cui famiglia ha una fattoria ed un ampio appezzamento in una valle tra i monti, una valle inaccessibile se non per una strada impervia e poco conosciuta.


Il medico, che vive in città con tutta la sua famiglia, viene raggiunto da una telefonata del fratello (che negli anni è rimasto alla fattoria). Decidono di partire. Insieme al medico si aggrega un’altra famiglia di amici, e si avviano.


L’avventura non è agevole, ad ogni angolo bande di predoni e di pirati improvvisati sbarrano loro il passo. Al piccolo gruppo si aggiungono altri, e diventa necessario scegliere un capo. La sorte, ma anche la destinazione, fanno si che la scelta cada sul medico. Il quale da questo momento dovrà decidere per tutti.


Nel proseguo del viaggio incontrano predoni da sgominare, assaltatori da fermare, rapitori da inseguire, famiglie da soccorrere.


Col passare dei giorni il medico/capo si indurisce, diventa senza accorgersi sempre più simile a un condottiero, a volte perfino spietato. Glielo fa notare sua moglie, quando gli rivela che perfino il suo amico (quello che è partito per primo con lui) ha paura a rivolgergli la parola.


Nel frattempo tutto il territorio è ormai ingiallito, l’erba è morta, i colori si riducono ad un tetro grigio e il fango della terra. La pioggia, che un tempo veniva benedetta come portatrice di vita per le piante, ora è solo una macabra beffa ai danni dei pellegrini.


Infine giungono all’imboccatura della valle, ma un ultimo ostacolo si presenta, insormontabile: il fratello del medico, che a sua volta è “capo” di un gruppo di esuli corsi a ripararsi nella valle.


Ne segue una piccola guerra, che vince il medico perché a conoscenza di un passaggio scoperto accidentalmente da bambino, quando anche lui viveva sereno nella valle.


La guerra non ha esclusione di colpi. Il fratello morto, il medico vincitore, il gruppo dei vinti impaurito dal nuovo ordine, il gruppo del medico che vorrebbe addirittura depredare le case. Ma il capo riesce a trattenere gli istinti bestiali del suo gruppo. È già morto suo fratello, un morto di troppo.


La valle è ancora verde, chissà per quanto resterà tale.


La storia è interessante – non tanto per l’incipit della vegetazione morente quanto per la descrizione del progressivo imbarbarimento dei costumi, delle persone, financo del medico che sembra diventare un vassallo di antica memoria.


Buona giornata a tutti.
Resamo
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categoria : storie, cose di altri, cose che mi piacciono

venerdì, 12 giugno 2009, ore 08:17
Stamattina scendo dal pullman e sento nell’aria… come dire… un odore desueto, diciamo una certa strana puzza… ehm, trattasi di vero e proprio fetore, come se fosse esplosa una bomba di letame in ogni piazza della città.

Probabilmente, mi dico, hanno un po’ esagerato coi concimi da qualche parte, ma la cosa che mi ha un po’ (solo un po’, neh!) colpito è che la “puzza” non mi dispiaceva completamente…


Forse perché quand’ero bambino, di odori simili, laggiù al mio paesello se ne sentivano praticamente tutti i giorni (ma quello era un odore “naturale”).


E un po’ (ma dico: solo un po’, neh!) mi viene la nostalgia, a pensare a quand’ero bambino, alla campagna, le vacche, la stalla, la letamaia, la concimazione…


Ma, meno male che è venerdì.


Buona giornata a tutti.
Resamo
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mercoledì, 10 giugno 2009, ore 12:15
Chi scrive è da sempre contrario a certe definizioni sul genere di “la fabbrica delle idee” oppure “laboratorio musicale”, quasi che idee, musica, arte, inventiva, possano essere concepite in serie.

Dico questo perché sempre più spesso si vedono e si sentono queste denominazioni in televisione, o sui media, o in ambito scolastico.


Ebbene, per quel che conta io sono contrario. Chiamiamo queste attività come si faceva una volta, corso di educazione musicale, artistica o che so io, dove per “educazione” non si intende la forzatura del contenitore all’interno del quale si deve adattare qualsivoglia contenuto (roba piuttosto da laboratorio, se vogliamo) ma semplicemente l’insegnamento ad espandere, usare, incoraggiare la fantasia, la creatività.


Non so, ma la definizione “laboratorio”, come pure “fabbrica” mi fa pensare a qualcosa di estremamente limitativo, di chiuso, di troppo… come dire, regolamentato. E poi dentro una fabbrica non c’è spazio per la creatività.


Niente, ce l’avevo da un po’ sul gozzo, non ne avevo mai parlato con nessuno, adesso ho trovato tempo e modo di farlo.


Buona giornata a tutti.
Resamo
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categoria : osservazioni di uno qualunque

martedì, 09 giugno 2009, ore 13:01
Spesso la mia memoria fantascientifica indugia su ricordi ancestrali, come questa vecchissima puntata di “Spazio 1999” nella quale un singolare personaggio di provenienza extraterrestre promette al capitano l’immortalità per se è per tutto l’equipaggio della Base lunare Alpha.

La proposta è senz’altro allettante, ma l’alieno, dalle fattezze squisitamente umane, spiega che per giungere a questo strepitoso risultato è necessario sacrificare la vita per mille anni e mille anni di sofferenze continue e terribili, tali da forgiare il corpo e lo spirito dei più forti al grande risultato. Ovviamente il capitano rinuncia, “il prezzo è troppo alto”.


Un incidente analogo occorre anche all’equipaggio dell’Enterprise (serve che dico anche Star Trek?), per la verità succede diverse volte nelle varie serie ma qui voglio ricordarne almeno un paio.


Il primo, della vecchia serie (quella con Kirk, Spoock, Scotty…), tratta di un pianeta sul quale scendono tutti, e appena a terra si sentono felici. La felicità – mi par di ricordare – è indotta da qualche sostanza allucinogena, ma sono tutti contagiati dalla cosa, perfino Spoock il vulcaniano. E sono felici e vivono felici, coccolati da un mondo che li protegge, li tiene al caldo e al sicuro. Finché per una serie di circostanze Kirk non si “libera” dall’illusione, e decide di liberare tutti i suoi compagni di viaggio. Il prezzo per la felicità, spiega, non può essere la libertà dell’individuo, in altre parole non è ammissibile che la felicità mi venga imposta senza il mio consenso.

Nel secondo episodio di Star Trek che voglio ricordare parliamo della serie più recente, The next generation. Se non ricordo male, ad un certo punto “Q” dà il potere al primo ufficiale di diventare un “Q” a sua volta, cosa che gli permetterebbe di diventare quasi un dio, e lui vorrebbe condividere questo dono con tutti, sanando qua e là, aiutando, ricostruendo… ebbene, intuendo la natura scellerata del potere, tutti rinunciano a questi doni, preferendo rimanere umani piuttosto che schiavi del potere di “Q”.

La fantascienza si occupa spesso dei limiti e di domande alle quali non siamo abituati a rispondere. Tuttavia la domanda, una volta posta, è ineludibile: cosa siamo disposti a spendere, per la felicità nostra e altrui?


Buona giornata a tutti.
Resamo
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martedì, 09 giugno 2009, ore 11:12
Un giorno della prima metà dell’800, il dottor René-Théophile-Marie-Hyacinthe Laennec e sua moglie stanno viaggiando in calesse verso Parigi. All’improvviso una buca fa ribaltare il mezzo e i due vengono sbalzati a terra con tutti i loro bagagli. Si rialzano e, dopo essersi reciprocamente rassicurati sul proprio stato di salute, risistemano il calesse e i bagagli.
A questo punto il dottor Laennec dice placidamente alla moglie: “Dunque cara… eravamo alla terza decina…”.
I due riprendono il viaggio e continuano la recita del Rosario interrotto dall’incidente.

Il dottor Laennec è uno dei più famosi e stimati medici di Francia. È l’inventore dello stetoscopio. È fervente cattolico.

Insomma, uno che sa ascoltare e…

La cosa più importante in un’arte è l’essere capaci di osservare correttamente

…osservare.

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maturin
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categoria : storie vere